Non sono geni quelli di cui abbiamo bisogno adesso
Riflessioni di uno studente di architettura sul mito che non "siete" riusciti a smontare
Non sono geni quelli di cui abbiamo bisogno adesso
Riflessioni di uno studente di architettura sul mito che non "siete" riusciti a smontare
C'è una sorta di anatema che spesso si sente nelle aule delle facoltà di architettura, pronunciato da professori ed assistenti di progettazione con toni diversi: a volte come avvertimento, a volte come scarna consolazione e talvolta come monito crudo e spietato: non serve essere un genio, serve passione e lavoro sodo; architetti non si nasce, si diventa. La si dice a studenti che sono un po' bloccati con le idee, a quelli che presentano un progetto un po' sgangherato e a quelli che cominciano a chiedersi se hanno sbagliato strada (insomma, è capitato un po' a tutti). Il problema è che, secondo me, questa frase incarna un concetto sbagliato e talvolta travisato.
Non perché ritenga che il genio sia necessario per fare architettura, non lo è, e su questo l'architetto J. A. Coderch aveva ragione. Ma perché quella frase presuppone di sapere esattamente cosa sia il genio, di poterlo identificare, delimitare ed escludere. Il vero problema è esattamente il contrario: il genio è quella cosa che, per definizione, tutti riconosciamo immediatamente ma che nessuno riesce davvero a descrivere con esattezza.
I. Coderch e il rifiuto del genio
Nel 1961 l'architetto José Antonio Coderch pubblica su Domus un testo che ha il tono di un manifesto ma la struttura di una confessione a tratti malinconica: No son genios lo que necesitamos ahora. Non sono geni quelli di cui abbiamo bisogno adesso. Coderch scrive da architetto ormai maturo, frustrato dalla retorica del protagonismo, da quella che sarà la cultura dell'architetto star e da un mondo professionale che sembrava aspettare sempre il salvatore (o il pontefice, come dice lui).
È un testo molto interessante ed esprime qualcosa di profondamente vero ancora oggi. Vale la pena ricordare che Coderch viene da una posizione geografica e culturale ben precisa, dalla Catalogna e quindi dalla "periferia" rispetto ai grandi centri del dibattito architettonico internazionale. Siamo negli anni della crisi del movimento moderno e della dissoluzione del CIAM, periodo in cui iniziano a emergere posizioni critiche al riguardo (Team X). In questo senso il suo testo è forse anche anticipatore di quello che Kenneth Frampton chiamerà regionalismo critico nel 1981: una resistenza alla cultura dell'immagine globale, una difesa della specificità dei luoghi, dei materiali e delle tradizioni costruttive locali contro l'omologazione del movimento moderno. Non serve un genio universale, dice Coderch; serve l'architetto radicato che lavori con la corda al piede, quello che conosce il suo territorio e lo abita con fedeltà.
Ma c'è un punto in cui Coderch glissa. Lui non nega l'esistenza del genio. Non dice che Gaudí o Le Corbusier non fossero dei geni. Afferma che non ne abbiamo bisogno. È una distinzione sottile ma decisiva: vuole rimuovere il genio dall'orizzonte del "desiderio", ma ciò non equivale a cancellarlo dall'orizzonte del reale. Il genio esiste, Coderch ne è consapevole e forse proprio per questo scrive il testo con tanta urgenza.
Degno di nota è il commenti di Juan Ramirez De Lucas al testo di Coderch, tradotto: "Non siamo d’accordo su questo: “Non sono i geni quelli di cui abbiamo bisogno ora”. I geni sono sempre necessari, indispensabili; sono loro che tirano fuori l’Umanità dalle sue routine, quelli che a forza di spinte riescono a far avanzare in poco tempo ciò che alla massa costerebbe molto. I geni sono fermenti, lievito. Ciò che in nessun modo è necessario sono gli stupidi che si proclamano da soli geniali; gli ignoranti presuntuosi, che sono sempre i più audaci, perché maggiore è la loro irresponsabilità. Ma chi è capace di evitare che emergano? Saranno loro stessi a precipitare nel vuoto."
II. La vocazione
Se è molto complesso definire il genio per attributi come tecnica, originalità, visione e intuito, lo è anche per l'intelligenza stessa: tutti sanno cos'è, ma quasi nessuno sa definirla con precisione. Possiamo misurare il QI, possiamo stilare criteri e costruire test, ma di fronte a una persona davvero intelligente la riconosciamo prima di aver applicato qualsiasi parametro. C'è qualcosa di immediato, quasi percettivo, in quel riconoscimento. Con il genio accade lo stesso, solo in modo amplificato, e forse dobbiamo cercarne la natura altrove.
La "categoria" che mi sembra più adatta per avvicinarsi al fenomeno è quella della vocazione, ma non in senso romantico o religioso del termine. Intendo qualcosa di più preciso: una disposizione che non viene scelta o allenata, ma scoperta e che, una volta scoperta, non lascia alternative.
Il genio non decide di essere tale. Questo è forse il tratto che lo distingue in modo più chiaro dal talento, che si può coltivare, dirigere e applicare con volontà. Il genio sembra emergere da qualcosa di più profondo e porta con sé una forma di ossessione che chi lo possiede non riesce a negoziare né a spiegare. Non è dedizione: la dedizione si sceglie. È qualcosa che precede la scelta, che la rende quasi superflua. L'aforisma di Stephen King, «I principianti si siedono e aspettano l'ispirazione. Gli altri si alzano e vanno a lavorare», descrive benissimo l'etica del lavoro e vale moltissimo per quasi tutti noi. Ma il genio è anche quello che si alza e va a lavorare perché non potrebbe fare altrimenti, quando non lavorare sarebbe una forma di mutilazione.
Marco Biraghi, in "Rem Koolhaas. L’architettura al di là del bene e del male", scrive: "Per conseguire questo risultato [riferito al lavoro di Koolhaas] è necessaria una sicurezza di sé non minore di quella che occorreva ai Le Corbusier o ai Wright per essere e per affermare se stessi. Si tratta di quella «sicurezza di base» che hanno alcuni individui elevati dei quali parla Nietzsche, una sicurezza «che non si può cercare né trovare e forse neppure perdere»: la si possiede semplicemente."
È una formulazione brutale e chiara come un lago senza fango. Non si tratta di autostima, non di arroganza, non di formazione. È una condizione, non un risultato. Koolhaas ce l'ha e non perché abbia lavorato per ottenerla, ma perché è strutturato in quel modo. Questa è la vocazione di cui parlo: non una chiamata mistica, ma una configurazione interiore che precede ogni scelta e che orienta, con la forza di una costrizione, tutto ciò che viene dopo.
III. Il soccombente
Thomas Bernhard, ne Il soccombente (libro tra i preferiti di Eduardo Souto de Moura), costruisce l'intera vicenda narrativa su un'esperienza di riconoscimento. Due giovani pianisti incontrano Glenn Gould al conservatorio di Salisburgo. Da quel momento tutto cambia, non gradualmente ma di colpo, con l'irreversibilità di una frattura e la potenza di un tuono.
I tre giovani del romanzo sono in condizioni apparentemente simili: stesso ambiente, stessa formazione, stessa dedizione. Eppure uno di loro, Gould, è semplicemente altrove. Non superiore in senso gerarchico, ma diverso in senso ontologico. La distanza non è di grado ma di natura; per usare un'iperbole e citare Pulp Fiction, non è lo stesso campo da gioco, non è lo stesso campionato e neppure lo stesso sport. Ed è questa differenza che il testo di Bernhard mette in scena con una lucidità feroce: non si può colmare con il lavoro, con la tecnica, con la volontà. Wertheimer, il soccombente, lo capisce, e quella comprensione lo distrugge e lo porta a togliersi la vita. Non per invidia banale, ma per qualcosa di più radicale: l'incontro con il genio gli rivela una verità su se stesso che non riesce ad abitare.
Il narratore invece sopravvive, abbandonando il pianoforte. È una scelta di salute, quasi una forma di autodifesa, una ferita che si porterà dentro per tutto il resto della vita.
Questo è il punto in cui il ragionamento sulla vocazione tende a complicarsi leggermente. Si può dire che Gould non poteva non essere Gould, che la sua ossessione per la musica, il suo ritiro dalle sale da concerto, la sua totale incapacità di scendere a compromessi e il suo carattere decisamente particolare fossero tutti effetti di quella configurazione interiore di cui parlava Nietzsche. Ma questo non rende meno reale il danno che la sua presenza produce sugli altri. Il genio come vocazione non è una categoria consolatoria. È una descrizione fredda di qualcosa che accade e che, per chi gli sta intorno, può essere devastante.
IV. Cosa resta a uno studente
Studiare architettura oggi, ma forse lo è sempre stato, anche se in maniera diversa, significa vivere in una sovraesposizione costante di immagini, progetti, figure e premi. I social hanno accelerato qualcosa che già esisteva nella cultura architettonica: la tendenza alla mitizzazione, alla costruzione di icone. Rossi, Koolhaas, Siza, Foster: nomi che funzionano come costellazioni (alcune di riferimento e altre meno) punti fissi in un cielo che altrimenti sarebbe privo di orientamento.
Ma c'è qualcosa di più immediato, in scala ridotta, che accade dentro un'aula, una classe, seduto accanto a noi o forse alla cattedra. Il genio, o forse qualcosa che gli somiglia abbastanza, a volte è lì vicino. Quella presenza può essere galvanizzante, può alzare il livello di ciò che si ritiene possibile. Ma può anche schiacciare, se la si assume come una misura invece che come un fenomeno.
Poi c'è il mondo là fuori. Il mondo del lavoro in architettura è decisamente incerto, in un modo che raramente viene detto con chiarezza durante gli studi. È fatto di competizione, stipendi molto bassi, studi che aprono con entusiasmo e chiudono in silenzio. È fatto di una distanza talvolta enorme, e quasi mai discussa apertamente, tra ciò che si impara a immaginare e ciò che il mercato, i clienti, i regolamenti e i budget permettono di realizzare. Credo fortemente che la formazione in architettura plasmi soprattutto la testa: il modo di guardare, di ragionare per problemi, di tenere insieme scala e dettaglio, estetica e struttura, ed è forse questo il suo vero valore. Soft skill, direbbe qualcuno. Ma non cambia il fatto che uscire con una mente allenata e poche certezze pratiche, in un mercato che non aspetta davvero nessuno, sia tutt'altro che incoraggiante. Si entra nel mondo del lavoro un po' come quando si esce da una stanza buia: sapendo di avere gli occhi per vedere, ma aspettando che si abituino alla luce. In quel contesto, l'idea del genio rischia di diventare ancora più tossica: non solo irraggiungibile, ma anche fondamentalmente inadatta a descrivere le condizioni reali in cui si esercita la professione. La maggior parte dell'architettura che si fa, quella che abita davvero le città, che trasforma i territori, che costruisce la vita quotidiana delle persone, non nasce da gesti eccezionali. Nasce da lavoro paziente, da competenza accumulata lentamente, da una serie interminabile di decisioni prese in condizioni di vincolo.
Eppure qualcosa si perde, se si archivia il genio troppo in fretta, perché, incontrato davvero, anche solo una volta, anche solo da lontano, fa una cosa precisa: sposta il confine di ciò che si crede possibile. Non nel senso che ti convince di poterlo imitare, ma nel senso che allarga la soglia di ciò che l'architettura può essere. Uno studente che ha visto un progetto davvero ben realizzato, che ha ascoltato qualcuno pensare e ragionare in un modo che non aveva mai immaginato, che ha sentito quella sensazione di inadeguatezza mista a gratitudine che Bernhard descrive con tanta precisione, quello studente non torna indietro. Porta con sé qualcosa, anche se non sa nominarlo con esattezza.
Il genio, in questo senso, non è un modello da seguire né un fantasma da esorcizzare. È uno specchio particolare e, come tutti gli specchi, mostra qualcosa che non sempre fa piacere vedere. Gogol diceva: è inutile biasimare lo specchio se la tua faccia è storta. Il genio non mente, non esagera, non giudica: restituisce semplicemente una misura, e sta a noi decidere cosa farne. Uno specchio che mostra non quello che sei, ma quello che il lavoro può diventare quando qualcuno ha quella sicurezza di base di cui parlava Nietzsche, quella che non si può cercare né trovare. Ti dice qualcosa di vero su te stesso, spesso qualcosa di scomodo. E poi, se si è abbastanza onesti da non esserne distrutti, ti lascia libero di andare a fare il tuo lavoro, con i tuoi mezzi, nel tuo tempo, con un orizzonte leggermente più largo di prima.