Non mi interessa cosa hai fatto ieri sera
Lasciare instagram non è mai stata una questione di detox.
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Non mi interessa cosa hai fatto ieri sera
Lasciare instagram non è mai stata una questione di detox.
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Da novembre (2025) ho disabilitato il mio account Instagram. Tra le cose che ogni tanto mi sento dire è "ah, il detox dai social". Oppure: "anche tu vittima dello scroll infinito, anche io dovrei limitarmi sai". Tendenzialmente non mi metto a discutere al riguardo, faccio un cenno e concordo con l'interlocutore. Ma il nocciolo della mia scelta non è questo.
Viviamo in un tempo quasi ossessionato dall'idea di "disintossicarsi" dalla tecnologia. La dopamina, lo scroll compulsivo, la dipendenza da like ecc. Argomenti legittimi, per carità, su cui si scrivono libri e si costruiscono carriere da guru del benessere digitale. Ma ridurre tutto a questo mi sembra un modo conveniente per non guardare il "vero" cortocircuito che mi sembra di aver individuato.
La frase che continuava a tornare nella mia testa è semplice: ho il diritto di non sapere cosa hai fatto ieri sera. Non è una dichiarazione ostile, non è indifferenza. È la rivendicazione di uno spazio mentale che i social media, nel loro funzionamento ordinario, hanno reso quasi impossibile. Instagram non ti chiede il permesso per mostrarti la vita degli altri. Te la consegna, automaticamente, in ordine sparso, a qualsiasi ora, volente o nolente.
Il paradosso è che non devi nemmeno essere curioso. Ti ritrovi a sapere dove ha cenato una persona che hai incontrato due volte, cosa pensa di un fatto di cronaca un tuo ex compagno di classe, le vacanze di qualcuno con cui hai condiviso tre anni di università e poi non hai più sentito. Informazioni che nessuno ti ha chiesto di voler ricevere, e che tu non hai (quasi) mai scelto di cercare. Eppure eccole lì, parte del tuo paesaggio mentale quotidiano.
C'è un concetto giuridico che si chiama diritto all'oblio: il diritto di una persona a non essere perpetuamente definita da informazioni del suo passato. Ma credo che esista anche il suo speculare, ovvero il diritto di chi osserva a poter dimenticare, a non essere costantemente aggiornato, a mantenere un rapporto con gli altri filtrato dalla distanza naturale del tempo e dello spazio. I social hanno abolito quella distanza.
Vale la pena però fare una distinzione che sembra tecnica ma non lo è. Disinstallare l'app è un gesto di consumo: smetti di guardare, ma continui ad esistere sulla piattaforma. Il tuo profilo è ancora lì, consultabile, parte dell'archivio digitale di chiunque voglia cercarti. Disabilitare o cancellare l'account è qualcosa di diverso, è un gesto quasi ontologico. Non stai solo smettendo di vedere: stai scegliendo di non essere visti, di non occupare quello spazio. È la differenza tra chiudere gli occhi e uscire dalla stanza.
Nel dibattito sulla salute digitale si parla spesso di FOMO, Fear Of Missing Out, come motore principale del nostro rapporto compulsivo con i social. E in parte lo è. La risposta che negli ultimi anni ha guadagnato terreno è la JOMO, Joy Of Missing Out, ovvero il piacere consapevole di non esserci. Ma anche questa mi sembra ancora prigioniera della stessa logica: presuppone che il non esserci sia una rinuncia, quasi un lusso da rivendicare. Quello che ho vissuto io è più banale e più radicale insieme: semplicemente non mi mancava niente. Il che suggerisce che buona parte di ciò che temevamo di perdere non esistesse davvero al di fuori della piattaforma stessa.
C'era poi un'altra cosa, più piccola ma forse ancora più rivelatrice. Avevo iniziato a notare che ogni volta che sentivo nominare una persona nuova, in una conversazione, in università o per caso, il mio primo istinto era aprire Instagram e cercarla. Prima ancora di averla incontrata. Prima di aver scambiato una parola. Volevo già sapere com'era, cosa postava, che vita conduceva nell'unica versione di sé che aveva scelto di rendere pubblica.
Quel gesto mi sembrava, a pensarci bene, una scorciatoia sociale. Stavo saltando il processo di conoscenza, quella cosa lenta, imprevedibile, per cui una persona ti si rivela nel tempo. Lo stavo cortocircuitando con un profilo, con una griglia di immagini curate. E lo facevo senza nemmeno accorgermene, come un riflesso condizionato. La Self-Determination Theory individua nell'autonomia uno dei bisogni fondamentali dell'essere umano: la sensazione di agire secondo la propria volontà, di scegliere cosa e come conoscere. Instagram erode questa autonomia. Non te la toglie con la forza, ma la aggira, consegnandoti informazioni che non hai cercato e relazioni che non hai scelto di approfondire in quel modo.
Non sto dicendo che Instagram sia il male, né che chi lo usa stia sbagliando qualcosa. Sto solo dicendo che, per me, la scelta di andarmene non aveva a che fare con la salute mentale nel senso in cui se ne parla di solito, la concentrazione, il sonno, l'ansia da prestazione. Aveva a che fare con qualcosa di più vicino alla privacy interiore. Con il voler tornare a non sapere.
Da quando l'ho fatto, la vita non è cambiata poi molto. Nessuna FOMO. Le persone che contano le sento ancora. Le notizie mi raggiungono lo stesso. Non mi sono perso niente di importante, non sono fuori dal mondo. La mia vita continua, semplicemente, e forse è proprio questo il punto. L'idea che senza un profilo attivo si esista di meno, che si rischi di sparire, era già una trappola. Una che non mi ero accorto di aver accettato.